Capofila della cosiddetta “Greek Weird Wave”, Yorgos Lanthimos ha costruito un cinema che opera come un vetrino da laboratorio, dove lo stile caratterizzato da regie geometriche e grandangoli deformanti serve a osservare l’umanità sotto una luce asettica e clinica. In questo spazio rituale, il mito greco e la tragedia arcaica riemergono sotto le spoglie deformate della modernità: il regista opera come un custode di archetipi, recuperando la funzione catartica e crudele del teatro antico per indagare le nevrosi contemporanee. Sebbene spesso si parli di recitazione “piatta”, gli attori di Lanthimos lavorano in realtà su una sottrazione espressiva che distilla l’emozione in una vera e propria maschera tragica moderna. Questa stilizzazione spoglia i personaggi dalla loro individualità psicologica per trasformarli in tipi umani, pedine mosse da forze che li sovrastano in un gioco cosmico dove la hybris, la colpa e la punizione seguono logiche inappellabili. Nelle sue pellicole, il richiamo all’antico non è mai decorativo, ma strutturale: le leggi inflessibili del fato si incarnano in burocrazie asfissianti e il sacrificio rituale si sposta dai templi di pietra alle sale operatorie o ai salotti della borghesia. Il cinema di Lanthimos suggerisce così che, nonostante il progresso tecnologico, l’umanità resti prigioniera di quegli stessi impulsi primordiali e di quelle strutture mitiche che da millenni ne governano l’esistenza, costringendo il pubblico a misurarsi costantemente con l’assurdità del limite e la ferocia del sacro.
The Lobster. La Metamorfosi come Norma di Stato
In The Lobster, il mito della metamorfosi di matrice ovidiana subisce una torsione distopica, venendo elevato a vera e propria legge di Stato: all’interno di questa struttura sociale totalitaria, l’individuo che fallisce nel compito di formare una coppia viene condannato a una regressione biologica, trasformandosi in un animale a sua scelta. Lanthimos mette in scena una forma moderna e burocratizzata di ineluttabilità sociale, in cui la libertà personale è totalmente annullata dal peso della norma e l’unica alternativa alla conformità relazionale è la perdita della propria umanità per il ritorno allo stato bestiale. Se nelle Metamorfosi di Ovidio il mutamento di forma rappresentava spesso un atto di pietà divina o una punizione per la hybris, qui diviene l’estremo atto di una burocrazia del sentimento che non tollera l’unicità né la solitudine; il desiderio dei protagonisti è talmente imbrigliato da regole asfissianti che l’unica via per preservare un barlume di identità o per sfuggire al sistema diventa, paradossalmente, il cambio di specie, sancendo il trionfo definitivo del rigore normativo sulla volontà umana.
La Favorita: Il Potere e la Cena di Trimalchione
In La Favorita, Lanthimos opera uno scarto stilistico netto, abbandonando il minimalismo asettico delle sue opere precedenti per immergersi in un barocco claustrofobico che riecheggia prepotentemente le atmosfere del Satyricon di Petronio, con particolare riferimento alla celebre Cena di Trimalchione. La corte della Regina Anna viene trasfigurata in un palcoscenico di degradazione e ostentazione, un acquario di eccessi gastronomici, rigurgiti e divertimenti feroci, come le corse di anatre o il lancio di arance, che trasudano una crudeltà gratuita e priva di senso. In questa cornice, l’edonismo grottesco dei cortigiani non è che una maschera dorata posta a coprire il vuoto esistenziale e l’odore della morte, esattamente come l’opulenza di Trimalchione serviva a esorcizzare il terrore della fine. La lotta per il primato tra Sarah, Abigail e la sovrana si spoglia di ogni idealismo politico per farsi dinamica servo-padrone di stampo latino, dove l’ascesa sociale non passa per il merito, ma per la manipolazione spietata dei corpi, delle piaghe fisiche e dei sensi. Il potere, svuotato della sua sacralità, viene così ridotto a una farsa viscerale e ferina, in cui il controllo del corpo dell’altro diventa l’unica moneta di scambio in un cosmo dominato dall’arbitrio e dalla corruzione dei desideri.
Il sacrificio del cervo sacro. L’Ifigenia moderna
Ne Il sacrificio del cervo sacro, il debito di Lanthimos verso il canone classico si fa esplicito, trasponendo l’Ifigenia in Aulide di Euripide in un contesto borghese dove il sacro riemerge sotto forma di orrore inspiegabile. La narrazione non si limita a citare il mito, ma ne ricalca la metrica drammatica: l’ingresso di Martin nella vita di Steven funge da vera e propria parodo, il canto d’ingresso che introduce l’elemento perturbatore, un’epifania divina o una Erinni implacabile che contamina lo spazio asettico della scienza con la forza bruta dell’arcaico. Steven, cardiochirurgo la cui hybris lo porta a giocare con il cuore umano, incarna un Agamennone moderno che ha abbattuto il “cervo sacro” della deontologia medica; di fronte a lui, Martin sottrae il dramma alla logica clinica per consegnarlo a quella del rito. In questa struttura, la colonna sonora dissonante e le sospensioni visive operano come stasimi musicali, interruzioni del tempo lineare che, attraverso brani di Ligeti o Schubert, collegano il dolore dei singoli a un ordine cosmico superiore e terribile. Il cuore dell’azione recupera la legge del taglione, dove non vi è posto per la morale moderna o il perdono, ma solo per la ferocia di un equilibrio che esige il sangue per sanare la ferita del mondo. Il momento culminante del sacrificio, con Steven che si benda per sparare a caso, elegge la Tyche (il Fato) a unico arbitro: non è più l’uomo a scegliere, ma la sorte a designare la vittima, ristabilendo l’ordine spezzato attraverso la morte del figlio Bob. Il film si chiude così con un’exodos priva di consolazione: nella scena finale del diner, la catarsi si compie in modo puramente formale e senza pietà. L’ordine è restaurato e la maledizione è cessata, ma lo sguardo finale tra i sopravvissuti e Martin sancisce il trionfo definitivo del Fato, lasciando i personaggi e lo spettatore in uno stato di svuotamento emotivo, specchio fedele della catarsi tragica più cupa e inappellabile.
Povere Creature! Il Mito di Frankenstein e il Mito del Minotauro
In Povere Creature!, Lanthimos rielabora il mito di Frankenstein in una chiave radicalmente femminista e picaresca, trasformando la “creatura” da mostro tragico in un soggetto rivoluzionario. Se nel romanzo di Mary Shelley la creatura soffriva per il rifiuto del creatore e l’impossibilità di integrarsi, la Bella Baxter di Lanthimos abita il mondo con una verginità cognitiva che le permette di smascherare l’assurdità delle convenzioni sociali. Il laboratorio di Godwin Baxter non è un luogo di empietà, ma l’utero di una seconda nascita dove la biologia sfida la morale vittoriana. L’ascesa di Bella non passa per l’approvazione maschile, ma per una scoperta vorace del proprio corpo e del proprio intelletto; la sua evoluzione rappresenta il superamento della dialettica servo-padrone vista ne La Favorita. Qui, la manipolazione dei corpi non è più uno strumento di oppressione burocratica o di scalata sociale, ma un atto di liberazione. Attraverso l’esperienza del piacere e il rifiuto del possesso, Bella smantella l’edificio patriarcale, dimostrando che l’unica vera “mostruosità” risiede nel tentativo di confinare l’esperienza umana entro i limiti del decoro e della proprietà. In questo capitolo della sua cinematografia, Lanthimos sembra suggerire che la metamorfosi non sia necessariamente una condanna o un ritorno all’animale, ma possa essere il veicolo per l’invenzione di una nuova, libera umanità. L’evoluzione di Bella Baxter si spinge oltre la semplice rivendicazione di genere per toccare l’ontologia dello spurio, inteso come quell’elemento ibrido e illegittimo che scardina la purezza delle categorie prestabilite. Se il mostro di Mary Shelley era un assemblaggio dolente di scarti biologici che cercava disperatamente una legittimazione speculare nel creatore, la creatura di Lanthimos rivendica la propria natura composita come una forma superiore di libertà. Questa “spurezza” richiama inevitabilmente la figura mitologica del Minotauro, l’essere confinato nel cuore del labirinto perché incarnazione di un desiderio deviante e mostruoso che la società non può processare. Tuttavia, Lanthimos opera un rovesciamento radicale: mentre il Minotauro attende passivamente il sacrificio o la morte per mano dell’eroe civilizzatore, Bella trasforma il proprio isolamento domestico in un punto di partenza per una spedizione esplorativa che demistifica il mondo esterno. In questo contesto, Godwin Baxter non è solo un moderno Frankenstein, ma un Dedalo post-moderno che non costruisce una prigione per nascondere l’anomalia, bensì un santuario dove l’ibridazione tra uomo e animale — suggerita dalle chimere che popolano il suo giardino — diventa il preludio a una nuova gerarchia dell’essere. Bella emerge così come un eroe non convenzionale che non percorre il classico viaggio dell’eroe finalizzato al ritorno o alla restaurazione dell’ordine, ma abita costantemente la soglia tra l’umano e il ferino, tra l’infanzia della mente e l’erotismo del corpo. La sua mostruosità smette di essere un marchio di infamia per farsi strumento conoscitivo: ella non possiede il filtro della vergogna, quel sentimento squisitamente sociale che serve a contenere l’impulso vitale entro i binari del decoro. Rifiutando il ruolo di vittima sacrificale, Bella “uccide” simbolicamente i Teseo che tentano di domarla non con la spada, ma con l’indifferenza verso le loro regole morali. In questa prospettiva, lo “spurio” non è più ciò che è guasto o incompleto, ma ciò che è finalmente intero perché non frammentato dalle imposizioni della civiltà patriarcale. La metamorfosi di Bella diventa quindi il manifesto di una nuova umanità che non teme di essere “animale” o “artificiale”, dimostrando che l’unica vera mostruosità risiede nella pretesa di un’integrità statica e repressiva.
La Maschera e il Rito
Il cinema di Lanthimos non è una fredda esercitazione di stile, ma un ritorno alla funzione originaria del teatro greco: la messa in scena del limite. I suoi attori non recitano in modo “piatto” per mancanza di talento, ma perché incarnano la fissità della maschera. Sotto la superficie di dialoghi stranianti, pulsa una violenza emotiva che esplode proprio perché contenuta da rituali assurdi. Lanthimos ci ricorda che, nonostante le nostre pretese di civiltà, siamo ancora soggetti a forze tragiche (il potere, il desiderio, il debito) che ci costringono a indossare maschere sociali e a partecipare a sacrifici rituali per mantenere un precario equilibrio col mondo.


