UNA PAROLA E UN LIBRO

Avrebbe potuto regalarmi un biglietto per l’Europa o pagarmi una crociera intorno al mondo, che per me non avrebbe fatto un briciolo di differenza: dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei sempre stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.

Leggo la traduzione di Adriana Bottini di The Bell Jar, romanzo di Sylvia Plath. Mefitico è una parola che non conosco dunque apro il dizionario, per me e anche per voi, se volete conoscere questa storia.

Mefitico, agg. (pl. ma. -ci) da mephītis
1. Fetido, infetto, malsano, proprio del puzzo che esala dalle acque solforose.
2. (figurato) Che è in preda alla corruzione.

Il mefitico è un aggettivo in movimento: nasce dalle viscere della terra, si riversa fuori infradiciando il terreno e si disperde nell’aria in un processo inesorabile. Ha la consistenza dell’aria, non ha corpo, è un attributo, non è un solido nome di cosa o di situazione, è un volatile ghirigoro che sale come linee tratteggiate a penna, eppure ha una forza repulsiva incredibile, capace di disgustare gli animali, ottenebra-re le piante, di appestare gli uomini e disperderli. Se l’uomo cerca l’armonia nella voce o nella composizione visiva, perché non dovrebbe farlo per l’olfatto? Ed è con il mefitico che una brezza, un olezzo, uno schiaffo nelle narici diventa degrado ripugnante. Il dizionario riporta sotto mefite, il sostantivo corradicale, un verso di Carducci, un ospitale, dalla cui mefite non riesce neppure oggi a noi di trarci fora. L’aria mefitica è l’aria appesantita di un ospedale, l’odore dei malati di peste.
Come spesso accade una affezione sensoriale diventa nel linguaggio figurale, quello accresciuto dall’esperienza del volgo che l’utilizza o quello a esso associato dai poeti, come in questo caso, una parola dal significato morale. Mefitico allora è il puzzo della corruzione, il sudore nei postriboli, l’attesa nei locali mafiosi, la brezza nei negozi delle armi di contrabbando, i respiri degli adulteri senza rimorsi, l’aria respirata dai malati incattiviti e gretti, l’esalazione delle fabbriche, soprattutto, e dei fiumiciattoli che girano loro intorno. Lì significato figurale e letterale si incontrano, perché cosa c’è di più consentaneo al mefitico che non le bolle di fiato che escono dai liquami scoppiati secchi e verdi, tristi foglie di finto loto, che vedi nei rigagnoli degli scarichi industriali? Quel che più c’è di abietto nella nostra società; ma questo è un altro discorso. Mefitico infine è l’alone che segue i morti che camminano, dei pazzi con i pensieri che li inseguono, malsani e più di tutto tragici. Qui entra in gioco la metafora della campana di vetro. Esther, la protagonista del libro, sta nella macchina di una sua benefattrice che la porta in una clinica più bella, più confortevole e che vuole aiutarla con le migliori cure possibili perché lei è una poetessa, come Esther, che vuole diventare scrittrice. Molti fanno per aiutarla, per starle accanto, colpiti e scossi dalla pietà che la sensibilità di Esther, pronta a sprecare se stessa appresso all’elettroshock, suscita involontariamente. Esther dice: potrebbero mandarmi sulla luna ma io mi porto sempre dietro, fedele valigia, me stessa. E “me stessa” è chiusa a chiave in una bolla di vetro, dove l’effetto serra, che al posto della CO2 ha gli atomi aromatizzati al mefitico, appesantisce lo spazio vitale. Pensa essere circondata da sensazioni olfattive disgustanti tutta la vita, che creano una cappa intorno e ti annebbiano la vista.
Forse quello che più ha fatto male ad Esther è stata una noncurante mancanza di delicatezza, di tatto, di confronto corporeo indolore con gli altri, con l’esterno. Il contatto con il mondo è avvenuto troppo in fretta nella sua storia e l’incontro con il maschio l’ha paralizzata, perché è stato duro, brutto, violento.
Più avanti Esther dice: per chi è chiuso sotto una campana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il brutto sogno è il mondo. Trova ancora più senso la mia interpretazione: per Esther è mancato il tassello stabile per entrare nell’età adulta senza frane e senza crolli, ed è per questo che per lei uscire dalla clinica sarà come una rinascita, degna di essere festeggiata con una cerimonia, come il matrimonio.
Quello che più mi ha fatto male e ancora mi fa male di questo libro è l’inesorabilità con cui Esther tinge nei suoi pensieri il suo dolore. Possibile che una ragazza così dolce, uguale a me, sì, perfettamente uguale a me, così tanto che mi si spezza l’anima, possa star dietro a tutti questi giochi per malati, possa stare appresso a chi in manicomio può uscire, chi può fare colazione, chi sta in una clinica migliore, chi ha l’infermiera più dolce e altre stupidaggini simili…? Questo libro è la storia di una tragedia che si consuma lentamente, che il lettore malgrado tutto non si aspetta, perché, come ogni cosa che scivola così bene e sta così bene con quello che vi è prima, arriva man mano.
Mentre leggo sento che potrei benissimo, dolcemente, abbandonarmi alla sua caduta, e diventare pazza pure io, ma poi confronto la realtà che mi circonda, ed è completamente diversa: lei è una ragazza bruciata dall’esperienza. Certamente io non ho avuto una prima esperienza così negativa del sesso, del nuovo, dell’adulto, non vivo negli anni Cinquanta in America, l’elettroshock non si usa. Ma forse perché tutte le ragazze stiano bene un po’ di tenerezza in più ci vorrebbe in questo mondo, per accompagnare le don-ne nella loro realizzazione, e non levar loro la poesia. Il dramma di Esther comincia proprio perché si sente privata della forza che da dentro la faceva scrivere… Ma credo di essere uscita fuori tema, volevo regalarvi una parola, sono finita a donarvi tutto il libro. È un libro meraviglioso, dolcemente straziante, ma non sempre, è ingenuo, è bambino, è adolescente in ogni frase, come è adolescente la protagonista, con cui non sarà difficile per nessuno immedesimarsi.

Oip (4)
Autore

Anita Elsa Carosi