UNA PAROLA E UN LIBRO

Leggevo pochi giorni fa le prime pagine di “A ciascuno il suo” di Sciascia. Il farmacista Manno, su cui per primo si concentra la cronaca dell’autore, ragiona sul contenuto della lettera che gli è stata appena recapitata; si scervella qualche minuto e, infine, “strologando”, decide di catalogarla tra gli scherzi di cattivo gusto. Uno scherzo, insomma, crede sia quella lettera, una minaccia per burla che deve avergli rivolto un cacciatore invidioso della sua bravura da tiratore e di una muta di cani così bella e folta come l’aveva lui. Così si rincuora il farmacista Manno, con uno strologare che perseguiterà per molti capitoli il lettore, sconvolto quanto il farmacista dall’esito di quel suo cattivo calcolo. Cominciano allora le speculazioni del lettore: se il farmacista deve ricorrere allo strologare per decifrare quel messaggio come può spiegarsi la frase “per quello che hai fatto morirai”? Come potrebbe essere così tranquillo Manno, se fosse cosciente di una qualche colpa passata?
Strologare, dice il dizionario, è un’aferesi di “astrologare”, che forse è un po’ più immediato. Significa:
1. Indovinare o interpretare fatti ed eventi per mezzo dell’astrologia, di pratiche astrologiche.
2. Stillarsi il cervello per risolvere un dubbio, superare una difficoltà, rendersi ragione di cosa che non si comprende.
Che scelta azzeccata, che bella parola! Quel verbo, così oculatamente scelto, mi è saltato subito agli occhi. Con il prosieguo della lettura quel bel gerundio astruso mi ha discoverto, come primo indizio, la cifra caratteristica dello stile di Leonardo Sciascia: un’apparente semplicità che non rifugge da termini specialistici o espressioni dal gusto altolocato per cogliere le giuste sfumature dei sentimenti e delle azioni. Uno stile che può sembrare a prima vista eccessivamente disadorno, troppo limpido e scarno, ma che ben presto si rivela calibrato e, quando necessario, calibratamente convoluto. E rispettando la tensione della sua penna verso un giusto rigorismo, con un dettato curato e meticoloso, riesce a sottendere in un libro che sembra un referto di polizia molto del commento psicologico e della critica sociale.
Il giallo di Sciascia è certamente un poco atipico e non si pasce dei soliti giochetti da delitto perfetto, che fanno del “romanzo del mistero” un genere così amato dal medio pubblico.
L’assassino è certo un dilettante, in confronto ai grandi Moriarty e Mister Mercedes di Stephen King; ancora di più il detective, un innocuo professore non proprio tagliato per fare la miss Murple di turno; il finale è senza troppi colpi di scena. Chi legge, d’altronde, rimane colpito molto di più dallo sfondo psicologico, che permette a un duplice omicidio di passare inosservato, sottobanco, come un comunissimo bisbiglio pettegolo. Anche il nostro detective fatica a prendere posizione; non la prende, anzi, e esce di scena senza clamore.
Questo giallo ci dimostra che, da qualunque parte la si prenda, da qualunque evento si cominci a scavare e da qualunque angolo si cominci a sbirciare, la Sicilia e l’Italia appariranno sempre prevedibili, come il meccanismo delle lancette degli orologi, nelle loro meccaniche mafiose, nei meccanismi arrugginiti che ne guidano pensieri e misfatti, che salvaguardano la complice infingardaggine e la radicata insipienza.
Lo stile e il contenuto si corrispondono impeccabilmente, con approfondimenti che non disdegnano di dialogare con i pensieri più reconditi dei personaggi, sempre restando però nella rigidezza della terza persona, nello statico fluire di una narrazione impersonale. Strologare è un esempio perfetto di questo meccanismo: indica proprio un lambiccarsi il cervello, un chiedere disperatamente ragioni dove non ce ne sono e un darsele che non serve, poi, a nulla. Cosa poteva pescare dalla contemplazione degli astri il farmacista Manno? Sciascia sembra dirci che penetrare nel fondo nero del pozzo, che è un paese siciliano negli anni sessanta, non è roba da venir capita da chi ne è vittima.

Oip
Autore

Anita Elsa Carosi