RIAPPROPRIARSI DELLA SOCIALITÀ – I centri sociali come antidoto alla solitudine

ROMA. Quante volte ci è capitato di poter chiamare un luogo casa: la panchina del primo bacio, la tavola della nonna piena di feste appena passate o il nostro film preferito. E cosa significa casa, cosa significa sociale, ma soprattutto perché i nostri spazi sociali fanno così paura al potere? Roma, ancora oggi, si raffigura Ribelle e mai Domata, come cantato dai comunisti, non con i suoi massimi sistemi o con le istituzioni, ma con le storie delle soggettività che la vivono e la fanno vivere tramite mobilitazioni, pranzi e cene, teatro e rap militante. La nostra Roma diventa quindi campo di battaglia e lotta fra un bacino vivo di storie, ma costretto nelle realtà più difficili e povere della capitale, e figure istituzionali strafottenti e vendute al desiderio di ricchezza e potere di un’economia capitalista; collocate adesso questi elementi tra il 1986 e il 1990, e ricordate i pesanti anni appena scemati – quelli della mobilitazione del ’68, di Piazza Fontana, la lotta armata e il divorzio, il rapimento Moro – e volendo forse abbattere le statue dei grandi degli anni di piombo volti a costruire una nuova era: quella degli spazi aggregativi e di formazione politica e sociale, quella degli spazi di vita.
E così con questo bisogno di uno spazio fisico e tangibile nel nuovo ‘86 nascono i CSOA, inizialmente con Centocelle, Talenti e Colli Aniene e poi destinati a propagarsi verso Laurentina, Cinecittà e anche Ostia. Nei centri sociali succedevano le cose, si ponevano le basi della politica, ma a differenza di oggi non era qualcosa di lontano, anzi, la politica ti salvava, ti portava via da casa dandoti un’alternativa, e gridando a gran voce: “non sei solə”; diventando una realtà di resistenza sociale, di musica, arte, riuscendo ad unire dai comunisti ai punk ai movimenti antagonisti e fronteggiando l’impoverimento culturale promosso dalla nuova TV e diffondendo nuove forme di comunicazione.
Tuttavia, quel fermento che tra l’86 e il ’90 aveva trasformato scantinati e caserme abbandonate in polmoni di democrazia diretta, oggi si scontra con una Roma che sembra aver dimenticato la sua vocazione solidale per farsi vetrina. Se negli anni ’90 il centro sociale era l’alternativa al vuoto culturale, oggi rappresenta l’unico argine alla gentrificazione selvaggia e alla solitudine digitale.
Ma il potere, che ieri temeva l’aggregazione politica, oggi teme la sottrazione di valore. In una metropoli dove ogni metro quadro deve essere messo a profitto, l’esistenza di uno spazio che non vende nulla, ma regala senso, diventa un’anomalia intollerabile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una narrazione istituzionale che dipinge i centri sociali e le occupazioni abitative non come risorse, ma come problemi di ordine pubblico o, peggio, come ostacoli alla rigenerazione urbana. Si colpisce il sociale per favorire il decoro, svuotando i quartieri della loro anima per restituirli a un mercato immobiliare freddo e inaccessibile.
E mentre la politica taglia i servizi sociali, chiude i consultori e privatizza il tempo libero, si accanisce contro chi quei servizi li ha costruiti dal basso. Sgomberare un centro sociale oggi non significa solo cambiare una serratura, ma smantellare sportelli legali popolari, palestre, doposcuola e sale che lo Stato non è in grado di offrire.
Il Governo ha paura perché questi spazi sono laboratori di soggettività impreviste. In un’epoca di frammentazione estrema, dove il “sociale” è mediato da uno schermo, trovarsi fisicamente per una cena sociale o un’assemblea è un atto rivoluzionario.
Roma Ribelle e mai Domata continua a resistere nelle crepe di questa repressione. Ogni sgombero produce una diaspora che germoglia altrove, perché il bisogno di “casa” — intesa come comunità — non può essere cancellato da una camionetta della polizia. La lotta oggi non è solo per quattro mura, ma per il diritto di abitare la città senza essere clienti, per il diritto di essere “noi” in un mondo che ci vuole disperatamente “io”.
Se l’86 è stato l’anno della nascita, il presente è l’anno della tenacia. La politica è il gesto quotidiano di riprendersi la vita e nonostante i lucchetti, la Roma che pulsa sotto il cemento delle grandi opere e dei grandi eventi continua a gridare che la città è di chi l’attraversa, di chi la cura e di chi, ancora una volta, decide di non restare solə. E allora difendiamo e rioccupiamoci dei nostri spazi, creando oggi la nostra alternativa.

Oip (6)
Autore

Ginevra Ferri