
“Pierre Anthon lasciò la scuola il giorno in cui scoprì che non valeva la pena di fare niente, dato che niente aveva senso”. La prima riga del best-seller dell’autrice danese Janne Teller arriva dritta al punto, senza antefatti né spiegazioni. Tutto quello che il lettore deve sapere è che il giovane Pierre Anthon, accortosi di non riuscire a trovare un senso alla propria esistenza, un giorno è salito su un pruno, deciso a non scendere più, a trascorrere il resto della vita a fare niente, poiché nulla ha veramente importanza. Dopo la vita, viene la morte, e morte significa fine. Persino il mondo, persino il genere umano troverà una fine, e tutto ciò che è stato fatto non significherà più niente; dunque, che senso ha andare a scuola? Questa impeccabile logica, che Pierre Anthon sembra accettare con calma rassegnazione, spaventa invece i suoi coetanei che, come specificato dall’autrice all’inizio del romanzo, continuano a frequentare la scuola, iniziando il loro settimo anno, e concordano unanimi che è di estrema necessità smentire Pierre Anthon. Perché si sbaglia, non è vero? La vita non è del tutto insignificante, giusto? Possiamo ancora sperare in un roseo avvenire, non siamo realmente destinati a scomparire nell’oblio senza lasciare traccia.
È così che nasce la catasta del significato: una pila di oggetti che, agli occhi dei tredicenni, hanno estrema importanza: un paio di sandali verdi, una bicicletta, un paio di guantoni da boxe, ognuno dei ragazzini viene sfidato dagli altri a cedere ciò che di più importante possiede. Ben presto, però, la situazione degenera e alla catasta si aggiungono la testa di un cane, la bara di un povero bambino, il dito di un chitarrista… L’affetto che legava i ragazzi agli oggetti sacrificati, infatti, li ha portati a vendicarsi, chiedendo ai compagni sempre di più, in un crescendo di orrore e crudezza, con la scusa che il dolore causato da tali perdite avrebbe aggiunto significato alla pila. I giovani riescono a passare inosservati per mesi, finché uno di loro, spaventato, non riferisce tutto ai genitori. In un modo o nell’altro, l’accaduto diventa di pubblico dominio, e ha una notevole risonanza mediatica; il caso viene discusso, i bambini intervistati, finché un museo non arriva ad offrire milioni di dollari ai genitori dei ragazzi per poter esporre la catasta del significato, dichiarandola un’opera d’arte involontaria ma geniale. L’offerta viene accettata, ma prima che la catasta venga spostata oltreoceano i ragazzi decidono di mostrarla a Pierre Anthon, per non vanificare i sacrifici fatti. Ma quel cumulo informe, carico di valore per tutti gli altri, non sortisce l’effetto sperato: se è stato dato via così facilmente, in cambio di futile denaro, aveva realmente tanta importanza?
Il romanzo esprime perfettamente la sensazione di vuoto e impotenza che si prova quando si riflette sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro dell’umanità, messi in relazione con la vita di ciascuno di noi: ci accorgiamo di come, in fondo, tutto (e per tutto si intende proprio tutto) sia fine a sé stesso, di come l’universo e le leggi che lo governano non abbiano uno scopo, di come questo “tutto” di cui parliamo, nel quadro generale, per un comune essere umano possa voler dire niente. Di come la specie umana stessa, progredita così tanto da spingersi in congetture su ciò che non può capire, non sia altro che un piccolo e irrilevante segmento di una retta infinita, o la cui fine non può essere raggiunta da esseri senzienti.
Nel momento in cui una tale consapevolezza penetra nel tuo animo, sei costretto a scegliere se ignorarla e continuare a vivere, o arrenderti ad essa come Pierre Anthon. Se continuare a rincorrere “lo scopo della tua vita”, o la “felicità” se credi, se cercare di “realizzarti” e rispettare le regole non scritte della società e anche quelle scritte, o arrenderti al nulla. Ma se la vita non ha significato, non vale forse lo stesso per tutti questi interrogativi? Non dovremmo forse lasciare che questa (così chiamata) vita faccia di noi quel che vuole? A te la scelta. Una cosa è certa: se esiste una risposta, non dobbiamo aspettarci che abbia un senso.

Titolo: Niente
Autore: Janne Teller
Traduzione: Maria Valeria D’Avino
Editore: Feltrinelli

