Assemblea con Massimo Osanna
Oggi l’Istituto ha avuto l’onore di ospitare alla nostra assemblea Massimo Osanna, direttore generale dei musei italiani, che ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo per raccontarci la sua esperienza e discutere con noi i cambiamenti in atto nella vita culturale italiana. L’obiettivo che Massimo si è prefisso quando ha accettato l’incarico è molto chiaro: trasportare i musei italiani nell’età contemporanea. Così gli disse anche il ministro Franceschini a settembre, quando ha assunto il prestigioso ruolo: “Vorrei che tu portassi i musei italiani nel futuro”. Riguardo l’esito di tale operazione, “ai posteri l’ardua sentenza”. Ma, per quel che ci riguarda, possiamo dire che la strada intrapresa è quella giusta.
Massimo si schiera a favore del coinvolgimento di celebrità e personaggi del mondo pop-culturale (cantanti, YouTubers e simili): la cultura non può restare chiusa nella sua torre d’avorio. Senza mai banalizzare l’arte e il nostro patrimonio, è necessario rivolgersi a quanti più cittadini possibile, di tutte le fasce, educando fin dalla prima età al rispetto e alla consapevolezza. Il mondo della cultura deve aprirsi alle scuole, ai giovani, agli studenti, e non per questo privarsi della sua dignità, come insinuano taluni detrattori.
I musei devono diventare luoghi di condivisione, interattivi, partecipati, vissuti. La cultura stantia e fine a se stessa è cosa morta; ma se la si vivifica, essa spicca il volo. A tal fine Massimo propone di integrare e contaminare le diverse forme d’arte, organizzando ad esempio spettacoli di danza al teatro di Pompei o concerti e mostre d’arte nelle sale dei palazzi romani: e chi più ne ha più ne metta. È poi doveroso, ci dice, creare un sistema museale nazionale: e magari – perché no? – un abbonamento annuale valido per tutti i musei annuali. Solo un’intensa cooperazione potrà svecchiare questo paese; altrimenti, resteremo avvinghiati alle maglie del passato.
Cooperazione non solo di musei e istituzioni e forme d’arte, ma anche di discipline scientifiche. Riagganciandosi a una serie di illustri pensatori passati – come il sommo filologo Wilamowitz, il quale predicava la compenetrazione di più scienze per la piena comprensione della civiltà antica -, Massimo afferma che la scissione tra cultura umanistica e cultura scientifica deve cessare. Lettere e scienze, chimica e archeologia, storia e devono collaborare per un fine unico. I residui di quella separatista cultura gesuitica che per troppo tempo infestò l’Italia vanno eliminati di netto. Ugualmente, bisogna abbandonare le chiusure mentali di un gretto nazionalismo a favore di una valorizzazione comune e condivisa tra più paesi: la cultura, recita un detto trito ma sempre vero, è di tutti.
Massimo ci racconta poi delle sue plurime, preziosissime esperienze sul campo, da Roma a Pompei. Durante le quali ha potuto maturare il suo pensiero, e rendersi conto dell’arretratezza e inadeguatezza di molti, troppi approcci accolti tuttora. Per citare un caso, è inconcepibile che ancora oggi i magazzini non siano altro che accatastamenti disordinati di opere e reperti, preda dell’incuria e della negligenza. Con una bella definizione, da tenere a mente, ci propone una visione diversa: i magazzini devono diventare “biblioteche di oggetti”.
Un quadro fresco, arioso ed agile esce dipinto da quest’assemblea: il quadro di un paese che vuole progredire, svestirsi della muffa e delle ragnatele di amministrazioni vetuste e trapassate; un paese che guarda a noi, ai giovani, e al suo futuro, all’insegna dell’apertura e della consapevolezza del suo patrimonio culturale.

