L’otto e il nove marzo scorsi le strade dell’Italia tutta sono state colorate e riempite da cortei e mobilitazioni in occasione della giornata internazionale della donna, che deve essere oggi più attuale e concreta che mai. Dai collettivi studenteschi ai centri antiviolenza, dalle realtà transfemministe ai passeggini, alle famiglie e agli anziani, il movimento si è dimostrato eterogeneo, collettivo e partecipato. “Nuovi tempi, nuove battaglie”, e infatti le nostre rivendicazioni di piazza si sono adeguate ai nuovi sviluppi, chiare e unitarie: contro il ddl Bongiorno, contro l’oggettificazione dei corpi, contro le disparità lavorative-sociali-familiari.
Ma andiamo con ordine e ripercorriamo le tappe della nostra lotta.
Siamo nei caldissimi anni ‘60 e ‘70 e, come oggi, le strade sono piene, la mobilitazione è permanente; l’ondata femminista è approdata anche in Italia ma intanto c’è stata un’elaborazione culturale, femminista e transfemminista, nuova e collettivizzata, come le richieste: non si guarda più solo al diritto di voto, adesso ci si concentra sulla sessualità, sul lavoro, si rivoluziona il concetto di famiglia e si parla di autodeterminazione del corpo con la richiesta di spazi fisici solo femminili: non si cerca di cambiare il sistema, ma di metterne in discussione le fondamenta.
Con l’autocoscienza si introduce la pratica del partire da sé. Non si delega più la propria voce, ma si analizza la propria condizione sociale partendo dal vissuto quotidiano e sessuale. È il momento in cui il patriarcato viene identificato non solo come un problema di leggi, ma come un sistema culturale profondo.
La forza della piazza costringe le istituzioni a rincorrere le conquiste della società civile: in primis l’aborto, ma in seguito la visione della donna come corpo sociale e non più come oggetto di proprietà, la liberazione sessuale e la comunità LGBTQIA+.
Dopo anni di violenze e mobilitazioni, prima nel 1975, La Riforma del Diritto di Famiglia stabilisce la comunione dei beni e l’uguaglianza dei coniugi di fronte ai figli. Il 22 maggio 1978 viene emanata la legge che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, la numero 194: un passo storico per l’Italia che ha ripagato la lotta di quegli anni. Dopo le lotte degli anni ‘80, il 1996 segna una data spartiacque poiché viene emanata la legge 66, una legge che designa la violenza sessuale non più come reato contro la morale ma come reato contro la persona, criminalizzando chi violenta e non chi viene violentata.
La strada fin qui percorsa è stata lunga ma oggi, a che punto siamo?
A livello nazionale, oltre il 60% dei ginecologi sono obiettori, ma in alcuni ospedali questi arrivano al 100%.
Nel 2024 la gestazione per altri (GPA) è diventata reato universale, ciò significa che anche all’estero qualsiasi cittadin3 italian3 ora è perseguibile dalla legge. Così si discriminano le coppie omogenitoriali collocando la famiglia in stretti binari sociali.
Ma a quanto pare lo stupro, il consenso, il corpo e le scelte delle donne sono un problema e vanno tenuti nascosti. Dopo l’approvazione alla Camera, nel novembre 2025, del disegno di legge di riforma dell’art.609-bis, è stato presentato al senato l’emendamento della Senatrice Giulia Bongiorno: il punto centrale è questo, spostare il focus dal consenso al dissenso.
Il decreto diventa il mezzo delle istituzioni per controllare i corpi delle donne e delle libere soggettività, per porre la colpa su chi è violentata, non su chi violenta, usando il dissenso e non “il consenso libero e attuale” così da rafforzare logiche patriarcali economiche e gerarchiche.
Lo sciopero e la mobilitazione permanente sono perciò indispensabili, non solo contro il patriarcato, ma anche contro la guerra, il riarmo e le violenze strutturali. Oggi infatti, nel 2026, non si può più attuare e concretizzare la lotta transfemminista come se fosse a sé, così come non possono essere lotte a sé stanti quella antifascista, anticapitalista o antibellicista: le mobilitazioni diventano efficaci solo quando le lotte diventano intersezionali. Che siano dal nord al sud, dal centro alla periferia, che siano per tutte e non di tutte, che creino spazi collettivi di rigenerazione e non di consumo, che si schierino al fianco dei popoli oppressi e contro le derive autoritarie. L’organizzazione della lotta, lo sciopero e la conflittualità organizzata sono allora gli unici mezzi efficaci contro fascismi, repressione, guerra e patriarcato.
Piccole rivoluzionarie stanche e arrabbiate che ci leggete, organizzatevi, ma soprattutto istruitevi perché, con la nostra storia e la nostra cultura, insieme non siamo più solo marea, siamo tutto.

UN PARTICOLARE RINGRAZIAMENTO AD ANARKIKKA PER LA VIGNETTA, IDEATA E PRODOTTA IN OCCASIONE DELL’OTTO E DEL NOVE MARZO

