LA VOCE DEL SILENZIO – Racconto presentato al concorso “Ve lo racconto io, il mito!”

È l’alba. L’aurora dita di rosa rischiara il cielo di tenui bagliori, offuscando gli ultimi frammenti di notte sbiadita, che, sfumati nel bianco e nell’oro, si diradano pian piano.
Nel silenzio di quelle rovine antiche, impregnate da un aroma ferroso di carne e sangue, si odono ancora gli echi delle anime mietute dalla guerra, di coloro la cui storia è rimasta sepolta sotto le macerie. Ma una voce sovrasta l’assordante mormorio degli spiriti. Silenziosa in vita, fragorosa nel muto oblio della morte, la voce risuona limpida e squillante, con ancora qualcosa dell’antica sfumatura arrochita. Sta raccontando una storia, percorsa da sottili venature scure, da sempre, contaminata da un flagello nascosto sotto la superficie che l’ha consumata partendo dal luogo di cui non ha mai condiviso la chiave: il cuore.
Un’emarginata, un’esclusa, un’invisibile, sola nella propria follia, ma anche una donna forte, la cui voce non si è ancora spenta…

«Io sono Cassandra, profetessa di sventura, voce muta, grida inascoltate, anima maledetta. Le strade del futuro mi sono state sbarrate una ad una, lasciandomi ogni volta impotente, in balia dell’inarrestabile corso degli eventi. Non sono io ad aver chiesto di conoscere il futuro. Non sono io responsabile delle profezie che mi annebbiavano gli occhi e arroventavano la gola. Non sono io la causa del loro compimento. Non erano sentenze quelle che pronunciavo, ma possibili strade che il destino avrebbe potuto percorrere. A noi resta la scelta. Eppure io ero l’esclusa, esiliata da tutto il mio popolo. Esiliata per le mie folli parole che si susseguivano, si intrecciavano, si calpestavano, “in un discorso confuso e incomprensibile”, come dicevano. Sarebbe bastato avere solo la pazienza di ascoltare, la sensibilità di comprendere il diverso meccanismo a cui ero stata condannata per esprimermi. Ma niente, chi mai avrebbe buttato il suo tempo per ascoltare me, una donna? Era quasi buffo vedere il rispetto che, al contrario, riservavano a mio fratello Eleno, anche lui un indovino. Cosa avesse lui per essere l’emblema della credibilità, la persona a cui rivolgersi in cerca di un consiglio, non l’ho mai capito. Anzi, forse una differenza c’era, a dire il vero molto importante: la svolta che della mia vita mosse la prima pietra che rotolando a valle divenne valanga.
La profezia per me non è stata un dono, bensì la maledizione di un dio tanto affascinante, quanto spietato: il suo nome era Apollo. Ho ancora ricordi vividi di quel giorno. Il cielo terso, l’odore di salsedine, portato da una leggera brezza primaverile, e il sole, luminoso e accogliente, un disco dorato nell’azzurro cesio della volta celeste. È sempre così. I mostri si vestono di bellezza, per confondersi nella vita. Tra le pareti di marmo bianco risuonava solo l’eco dei miei passi, dapprima esitanti, poi via via sempre più sicuri. Da poco avevo preso i voti, ed ero stata consacrata sacerdotessa nel tempio di Apollo. Ero consapevole del percorso austero che avevo imboccato e mi sentivo sollevata. La solitudine non mi spaventava e rispettare il voto di castità per me non era un problema. 
Con questi pensieri giunsi nel cuore del tempio, mi inginocchiai in segno di rispetto e devozione di fronte alla statua del dio. Il volto marmoreo, che mi osservava dall’alto, era quello di un giovane affascinante, dai tratti armonici di indubbia bellezza; tuttavia all’interno di quelle pupille di pietra chiara percepivo una vena crudele, una forza bruta e animalesca sotto quei muscoli guizzanti. Sciocchezze, pensai convincendomi. Fu in quel momento che accadde. Una nube dorata mi avvolse e, quando riaprii gli occhi, lui era lì; non riuscivo a percepire altro che la sua reale, tangibile presenza. Da quel momento le immagini diventano più confuse, e Apollo non è che una figura dai contorni sfocati. Tuttavia le sensazioni, quelle sì, non le potrò mai dimenticare, impresse come un marchio sulla mia pelle, una ferita che c’è, permane, ma non si vede. Lo sento avvicinarsi, sento me stessa indietreggiare esitante, sento la parete contro i muscoli contratti della mia schiena a bloccare la mia debole fuga. Percepisco il suo corpo, la sua potenza divina che mi sovrasta togliendomi il respiro. Mi riscossi in fretta, quindi mi dimenai, cercando di sfuggire alla sua ferrea stretta. Fu allora che, colpito dal mio atteggiamento restio, dall’irremovibilità del mio rifiuto, disciolse la maschera di apparente dolcezza dalle sue fosche pupille, prontamente sostituita da un odio profondo, violenza primordiale, orgoglio ferito. Pensateci, e state molto attente: la violenza ha molte facce e l’amore non è una di queste. È stato dunque in quel momento che è accaduto. Mentre lui si dissolveva nella nube dorata, così com’era apparso, io mi contorcevo tra gli spasmi, prigioniera di un male che non mi avrebbe più lasciato scampo. E solo perché mi ero rifiutata. Gli era stato detto no. E non mi importava se era un dio – si sa che gli uomini si sentono grandi, invincibili, e non accettano che venga messa in discussione la loro autorità, tanto meno da una donna. La mia ribellione, la libera espressione della mia volontà l’ho pagata a caro prezzo, senza poter sfuggire alle brame che il destino aveva in serbo per me. Perseguitata da visioni frammentate di fuoco e fiamme, dopo anni passati a logorarmi la voce, per mettere in guardia il mio popolo sulla tragica fine che lo attendeva, ho visto vanificati tutti i miei sforzi, il mio fato spezzarsi, sfilacciarsi, logorarsi e impregnarsi di sangue scuro.
La notte in cui Troia cadde, si spensero anche le ultime scintille che mi illuminavano la via. Avvolta dalle tenebre, procedevo sulla strada sterrata di una vita che cadeva ormai in pezzi. Avevo trovato rifugio nel tempio di Atena, sperando nella sua protezione dalla brutalità e la violenza che si consumavano tra le vie della città che continuava a bruciare. Quanto mi sbagliavo! Un soldato acheo giunse, mi trovò e mi prese con la forza. Mosso da una forza animalesca, lui, il mostro, si sentiva potente, vigoroso nello schiacciare la volontà di un altro, riducendola a brandelli. Ancora una volta la nobile arte della sopraffazione riduceva al silenzio una voce, spegneva un’anima. Perché così mi sentivo: spenta. Spenta era l’eco della mia voce, destinata a perdersi nel rumore di una vita fin troppo affollata e frettolosa, in cui devi restare al passo se non vuoi essere lasciato indietro. Spenti erano i miei occhi che si rifiutavano di continuare a vedere un mondo che faceva di tutto per chiuderli. Spento era il mio cuore, o meglio le sue ceneri, che avevano continuato ad ardere, animate da una speranza rivelatasi presto effimera. E di rinascere da esse non avevo più la forza. Quando tutto finì, di me non rimase niente, se non la pallida ombra della donna che ero stata. Anche l’ultimo accenno di perseveranza in me era morto per sempre. Quello che accadde dopo mi scivolò sulla pelle, non avevo più un cuore che potesse essere scalfito. Privata anche della mia libertà, divenni schiava in terra straniera. Ma non vi rimasi a lungo. La morte giunse finalmente e l’accolsi a braccia aperte, mentre sentivo la lama fredda del coltello lacerarmi la veste, penetrare la carne. L’ultimo lampo di sguardo fu un raggio di sole, l’astro responsabile della mia condanna.
Questa sono io, Cassandra; questo il tragico finale su cui è calato il sipario. La mia storia appartiene a un passato sepolto e dimenticato. Ma non del tutto. Ancora oggi le voci di molte donne rimangono mute e la verità su ciò che hanno passato vive soltanto nei loro ricordi.
Ancora oggi non si presta loro ascolto, perché in fondo quello che è scritto nero su bianco sono solo numeri.  Numeri che crescono, diminuiscono, si stabilizzano, si impennano, nella più ordinaria quotidianità. Il problema, però, è che questi numeri non dovrebbero proprio esistere. Eppure ci sono; e dietro ciascuno di essi è celata una storia.
Ecco io non sarò morta, finché sarò ancora parte di tutto questo. Animo le voci messe a tacere e vivo nelle parole di quelle ragazze che non vengono credute, allo stesso modo in cui io, inascoltata, venivo derisa. 
Io esisto ancora. 
La speranza nei cerulei occhi di quella giovane vittima di violenza è la mia. Il dolore per la morte di quella ragazza vittima di femminicidio è il mio. Quindi fermati e ascolta l’incessante brusio di piccole voci fioche: ad ogni goccia di sangue versato diventa il grido di tutte le donne ferite, ma unite, determinate, consapevoli e combattive.»

Autore

Viola Peluso