Anni ‘90, banlieues straripanti di rivolta, e come unico, inarrestabile e prepotente motore degli eventi, L’Odio.
L’Odio che muove l’irruente Vinz, che prende il volto di un Vincent Cassel all’esordio, gli amici Said e Hubert; un ragazzo di origini ebree, uno nordafricane, arabo-magrebine, l’ultimo beninesi.
Kassovitz, alla regia, sceneggiatura e montaggio, mostra una panoramica crudamente realistica (seppur profondamente simbolica, rinunciando alla credibilità dei fatti) nella sua efferatezza, di una Parigi che ribolle; scatti affilati, accentuati da un bianco e nero che rimanda al cinema espressionista, al tempo stesso ai film americani di una volta, al gioco di luce e di ombre dei dipinti caravaggeschi; questo, di pari passo con riferimenti cinematografici come “Taxi Driver” e “Mean Streets” dell’acclamato Martin Scorsese.
L’ordito degli eventi tesse il suo svolgimento nel corso di una giornata, scissa da orari precisati al minuto: incontriamo per la prima volta i nostri protagonisti, dapprima Said, alle 10:38 del mattino, e li abbandoneremo al loro destino a noi sconosciuto e inesorabilmente già segnato alle 06:01 del giorno seguente.
La primissima scena inquadra il riflesso del globo terrestre in una pozza d’acqua, un preannuncio del simbolismo che caratterizzerà l’intera opera; la voce pacata di Hubert, solenne nella sua narrazione, esordisce: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. A mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete: fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
D’un tratto, consumatosi questo scatto, ci abbagliano, accecanti nella loro impetuosa violenza, immagini reali di scontri fra cittadini e forze dell’ordine contemporanei al film. Finalmente facciamo la conoscenza di Said, il quale si dirige dall’amico Vinz per destarlo dalla sua pigrizia e insieme raggiungono Hubert, in quell’edificio ridotto in macerie che sarebbe dovuto divenire la palestra per la quale aveva faticato tanto, e della quale oramai rimangono polvere e un sacco da boxe contro il quale si abbatte la sua frustrazione. Mentre i tre giovani gironzolano per le grigie strade del quartiere, apprendono la notizia del furto di un’arma ai danni di un flic (o vache, come vengono appellate le forze dell’ordine francesi dispregiativamente), furto che si rivelerà essere opera del turbolento Vinz.
Punto chiave della vicenda è il pestaggio a sangue compiuto da poliziotti ai danni di un loro amico, Abdel Ichaha, ricoverato in ospedale, e la cui rappresentazione nel film è ispirata dall’omicidio di Makomé M’Bowolé, diciassettenne zaireano brutalmente ucciso dall’agente che lo teneva in custodia.
Ciò che mi affascina de L’Odio è l’inquietudine covata in cuor mio durante la visione, la consapevolezza di star assistendo all’inarrestabile, e forse perciò ancor più atroce, destino che accompagna come un’ombra i tre ragazzi, ombra che infine oscura definitivamente l’illusione di un Sole e del suo tepore. Catastrofico e inevitabile, ammaliante nella sua ripugnanza.
La Haine è il sentimento più forte che siamo capaci di provare; la Haine del film è quella Haine figlia bastarda dell’emarginazione, dell’impotenza e della lotta di classe, i protagonisti la masticano impastata con la saliva, il sapore metallico del sangue e la salsedine delle lacrime; ne sono impregnate le loro parole come le giacche dello smog della banlieues. Dinanzi a un tale Guernica, lucido e brutale nell’esecuzione, cogliete, lettori, la denuncia, poiché ancora oggi tragicamente attuale!


