Il tempo di un caffè

Breve recensione di Se questo è un uomo, Primo Levi

Se non altro perché un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe oggi parlare di provvidenza
Bisogna sempre ascoltare gli altri; alla fine di questo discorso, capirete perché.

 

<Tre minuti e mezzo per esporre un libro? Manco il tempo di un caffè!> Questo ho sentito dire da un mio compagno di classe quando, durante la scorsa lezione di Italiano, abbiamo stabilito quanto tempo avessimo per esporre tutti noi che, ancora, dovevamo portare il nostro lavoro e allora ho avuto un illuminazione: che libro potrei consigliare di leggere a qualcuno che si sta rilassando bevendo un caffè?
A molti potrebbero venir in mente titoli leggeri, atti a distendere la mente; ma no, signori, io vi propongo proprio Se Questo E’ Un Uomo di Primo Levi. E perché mai?

 

Quest’opera memorialistica, scritta tra il 1945 e il 1947, è la testimonianza di quanto vissuto dall’autore nel campo di concentramento di Auschwitz; non è proprio una lettura leggera, direste voi, e avete ragione: ma per poter ascoltare questo libro c’è bisogno di raccogliersi in se stessi, di distendere la mente per poco tempo e assaporarlo sorso per sorso, proprio come fareste con un caffè. Oppure, se i sapori acri non sono di vostro gradimento, potete buttarli giù tutti in un sorso, libro e caffè: a patto che, nel farlo, sentiate tutta l’asprezza del racconto di Levi: Che lo facciate con calma o a denti stretti, bisogna sempre ascoltare gli altri. Dovrete abbandonarvi e assaporare il libro, per quanto amaro esso sia: solo così è possibile comprendere le osservazioni di Levi fin nel minimo dettaglio – assisterete al gelo provato dalle anime solitarie di quegli uomini nel venir traghettati da Fossoli fino in Polonia, verso quello che sarebbe stato il loro inferno; la consapevolezza che quel luogo sarebbe diventato per tutti loro  città di eterno dolore, una città sulla cui entrata campeggiava la scritta ‘’Il lavoro rende liberi’’; osserverete il brutale sovvertimento dei valori morali all’interno del lager, in cui ogni Haftling, ossia prigioniero, ha la certezza matematica che è destinato a morire lì, vagando per sempre in quell’inferno; capirete, arrivati al fondo della tazzina, che diviene impossibile fare una distinzione fra bene e male- ognuno, ogni uomo menzionato nel resoconto, ha fatto ciò che poteva per sopravvivere, annullandosi.

 

Il caffè è finito e voi anche avete terminato di ascoltare, di sorseggiare. Vi è rimasto in bocca un sapore aspro che vorreste dimenticare, ma è difficile. A stento riuscirete a credere a ciò che avete letto, eppure non potrete fare orecchie da mercante; non potrete ridurvi a semplici vasi di terracotta e ignorare il peso di quel che è stato testimoniato; non potrete ignorare la verità narratavi dall’autore e scappare dicendo che voi, di tutto questo, non siete affatto responsabili, che tutto accade secondo assurdi piani della provvidenza e che tutto questo non vi riguarda: dopotutto, vi si chiede solo di ascoltare, di comprendere, di assaporare sul serio. Non cediate alle debolezze umane come un certo Don Abbondio.
La pausa caffè è finita, tre minuti sono passati; è ora di tornare a lavoro pur avendo ancora sulla lingua e sulle labbra l’amaro gusto della presa di coscienza.

Autore

Belinda Minni