Jacob Grimm fa dell’inquietudine causata da un incubo la linfa vitale di una lettera indirizzata al sé stesso del futuro. Scrive per non dimenticare ciò che ha sognato: un dittatore che, modificando tutte le fiabe del mondo, privò i suoi sudditi della possibilità di scegliere chi essere.
I colori del buio
di Chiara Iaccarino
17 dicembre 1838, Kassel
Lettera al me stesso del futuro: da Jacob Grimm a Jacob Grimm
Mi piace immaginare che, quando si abbandona al sonno, la mente dell’uomo sia come una sarta bendata che cuce i fili della coscienza per creare tappeti di sogni. Può accadere però – e come biasimarla? – che la poverina si punga, tingendosi per qualche attimo di un rosso penoso. Sì, proprio come la madre di Biancaneve, che fra tutte le fiabe raccolte da me e Wilhelm ho fra le più care. Le possibilità allora sono solo due: o si toglie il velo che le copre gli occhi, facendoci destare di soprassalto nel cuore delle tenebre, pervasi da un senso di inquietudine e col respiro affannoso, o continua ligia il proprio compito, lasciandoci in balìa di noi stessi e dei nostri incubi. Stanotte mi è toccata in sorte questa seconda strada, quella che mi è parsa in un primo momento un vicolo cieco, un sogno carico di angoscia fine a sé stessa e niente più. Mi sbagliavo: sono bastate le prime luci dell’alba per illuminarmi i pensieri, per far maturare il frutto dolceamaro di questa travagliata notte. Se ho sognato quel che ho sognato è perché era necessario sentirmi perso per ritrovarmi. Ritrovarmi per sempre. E non è forse questo il senso di tutte le cose? Ma passiamo al dunque. Come penso ti ricorderai, mi ricorderò, in questi miei giorni di esilio io e mio fratello continuiamo a dedicarci assiduamente alla trascrizione delle fiabe della nostra tradizione, affinché non cadano nell’oblio della memoria del popolo germanico. Ecco, scrivo queste parole con lo stesso spirito, perché non voglio dimenticare ciò che la mia stanca sarta mi ha voluto dire stanotte. Sì, oggi sarò l’alchimista dei sogni e trasformerò il mio in un racconto, iniziando nel modo che più mi piace: c’era una volta…
“C’era una volta un bambino triste, dannatamente triste. Lo era sempre stato, sai, e aveva accettato di esserlo. Anzi, crescendo aveva imparato anche a compiacersene. «Il bello dell’esser triste», aveva scritto un giorno nel suo diario, «è che riesco ad afferrare il vuoto che è dentro di me. Il particolare stato in cui si trova così spesso l’anima mia mi ha rivelato con dolcezza l’esistenza del vuoto e nella mia consapevolezza mi sento, per così dire, pieno. Più volte mi è stato fatto notare che sono sempre giù di morale. Giù. Niente di più vero, è come se mi trovassi in un pozzo senza la possibilità di uscire, ma attenzione, sempre con gli occhi rivolti alle stelle. Su. E poi, ed è questo che sfugge ai più, nel mio pozzo ho acqua a volontà. Nel mio stesso tormento trovo sollievo!». Le parole del giovane erano sincere, non stava mentendo a sé stesso, cercava solo di scoprirsi.
Spesso la sera, prima di coricarsi, piangeva. Piangeva con un senso di appagamento che non riusciva a spiegarsi del tutto; vedeva nelle proprie lacrime non, come il resto del mondo, le figlie dell’infelicità, ma delle “perle d’intensità”, come le chiamava lui. E nella pioggia riconosceva il pianto di Dio e si sentiva abbracciato da un calore generoso. Ma mentre essa nutriva la terra, dove finivano le sue di lacrime? Nemmeno il tempo di dire loro addio, che già si erano dissolte nel nulla. Oh, come lo abbandonavano in fretta, quale ingiustizia! E così, quell’iniziale soddisfazione si tramutava in breve, anche se solo per qualche istante, in un serpentino risentimento. Era forse già quello il germoglio della rabbia rovinosa che lo avrebbe logorato qualche anno dopo? Non sta a noi dirlo, tutto ciò che ci è dato di sapere è che a permettere a quel seme malato di mettere radici in lui e fiorire furono gli altri: i genitori, gli amici, persino gli estranei. Tutti avevano deciso che non poteva essere più triste, che non era giusto né per lui né per chi lo circondava, che per tutto quel tempo era stato un ingrato. Moltissime persone realmente infelici avrebbero avuto il diritto di risentirsi per quella malinconia immotivata, considerando anche che, essendo l’erede al trono, godeva di privilegi rari.
E così sopraggiunsero i sensi di colpa. Doveva esserci qualcosa di sbagliato in lui, qualcosa che gli impediva di essere felice e che tutti gli altri avevano. Fu per questo che una sera iniziò a leggere, perché, se non riusciva a trovare la risposta dentro di sé o in ciò che vedeva fare agli altri, non gli restava che cercare proprio nei libri. In quelle pile vertiginose di parole che si era sempre rifiutato, per noia o puro disinteresse, persino di sfogliare. Decise di partire dalle origini, le fiabe: Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Cenerentola e così a seguire.
Che fatto curioso! Più andava avanti nella lettura e più si rendeva conto che i personaggi, anche se in forma diversa, si ripetevano in ogni racconto. Eroi, mentori e aiutanti popolavano castelli incantati e annullavano malefici. E poi c’erano loro, gli antagonisti. I più odiati, disprezzati, coloro che, indipendentemente dal finale, dovevano essere considerati da tutti esempi negativi da non seguire. Nessuno però si era mai posto il problema di capire cosa li spingesse ad agire in quel modo; nessuno aveva mai pensato alla fame del lupo. E lo stesso avevano fatto con lui. Allora chi erano i veri buoni nelle fiabe? E nella vita? Se tutti coloro che non erano riusciti ad accettare la sua tristezza erano davvero cresciuti con i modelli di comportamento propugnati dalle fiabe, con principi e fate, forse era arrivato il momento di cambiare le cose e di dar voce ai cattivi, agli incompresi. Poiché la sua identità era stata messa in discussione, iniziò a costruirsene una malvagia senza nemmeno accorgersene, intimamente convinto di essere uno di loro, un antagonista.
E quegli occhi belli di bambino che la vita gli aveva disegnato? Celesti come il mare sfiorato dal vento di dicembre, graffianti come un grido lanciato in acqua e accolto solo dalle onde, luminosi come una miniera di colori. Cosa ne era rimasto? Niente. Ormai erano l’ombra di loro stessi.
Ma presta attenzione, anziano Jacob, e ricorda che quando le ombre decidono di parlare, sanno essere più potenti degli oggetti di cui sono serve, ne diventano l’essenza. E così fu. Una sera di giugno, dopo tanto tempo si guardò allo specchio e incontrò il proprio sguardo: gli sembravano gli occhi di un estraneo, lontani, eppure nessuno sembrava essersene accorto.
Si ricordò delle notti passate, solo qualche anno prima, a leggere fiabe e gli tornarono alla memoria le sue considerazioni di un tempo. E così, una sera, rimasto solo con sé stesso, si sedette accanto alla finestra della propria camera e si abbandonò alla scrittura. Aveva appena preso la decisione che avrebbe cambiato le sorti di un popolo, di mille vite e più, della storia: modificare tutte le fiabe del mondo e costringere gli abitanti del paese, una volta ottenuta la corona, a leggere quelle e solo quelle e a vedere buoni e cattivi secondo la sua prospettiva.
In un primo momento tutti i genitori del regno tentarono di opporsi a questa scelta scellerata. Piegare quei racconti alla rabbia e alla frustrazione che con ogni evidenza si erano fatti sempre più strada nel suo cuore, spiegarono al re, non poteva che arrecare danno alle nuove generazioni. Parole rovinose. Egli, ormai non più in sé, li accusò di alto tradimento ed essi furono dichiarati colpevoli e uccisi senza che potessero nemmeno salutare i propri figli. Il paese era rimasto orfano. In ogni casa le urla giocose dei bambini si erano trasformate in grida di disperazione, gemiti e lamenti: “mamma? Dove sei?”. “L’orchestra del dolore bianco”, la chiamano ancora oggi.
I fratelli maggiori avrebbero voluto rendere giustizia ai propri padri, combattendo e morendo come loro, ma dovettero rinunciare per amore dei più piccoli, a cui, come imposto dalla legge, avevano l’obbligo di leggere le fiabe rivisitate e macchiate del sangue delle loro stesse famiglie. In principio fu straziante, ma con il passare del tempo qualcosa dentro di loro, ancora così giovani e fragili, cambiò fatalmente. Iniziarono a cercare sé stessi fra le pagine, senza volerlo, senza capirlo, e nei sentimenti degli antagonisti trovarono i propri. Così era avvenuto qualche anno prima al monarca, così stava succedendo a loro. L’infelicità aveva ormai preso le fattezze della rabbia e del desiderio di vendetta, ma non c’era nulla di male, e se ora riuscivano a comprenderlo era solo perché avevano ricevuto i mezzi per cambiare il proprio punto di vista.
Il sovrano era stato generoso e i loro genitori dei ciechi a non intenderlo!
Ma mentre la storia ripeteva il suo corso con i ragazzi più grandi dell’isola, ne creava uno parallelo con i bambini, che crescevano rancorosi come la fata Carabosse, meschini come la strega che aveva ingannato Hänsel e Gretel, invidiosi come le sorellastre di Cenerentola. Sembrava giusto così, erano finiti i tempi dei giochi.
La mattina venivano interrogati da un apposito corpo di polizia su quanto appreso la sera precedente dalle loro illuminanti letture e davano prova ogni giorno di più di aver fatto propri i valori da esse veicolati. Sua Maestà, informato quotidianamente riguardo questi mirabili progressi, era però insaziabile. Aveva ottenuto ciò che voleva e anche di più, si era fatto creatore di un piccolo mondo di antagonisti, ne aveva chiuso i porti per evitare che potesse essere contaminato dalla felicità straniera, veniva finalmente accettato e persino osannato, ma non era abbastanza. Fino ad allora aveva sempre fatto affidamento solo su quanto riferitogli dai suoi gendarmi, tuttavia, dopo cinque anni passati nella solitudine del proprio castello, era arrivato il momento di sincerarsi di persona che la notte fosse calata davvero fra gli animi dei sudditi.
Sguardi incattiviti, diffidenti e vuoti popolavano le strade: era tutto reale. Ma era davvero questo ciò che voleva? Camminò, guidato da questa e molte altre domande a cui non sapeva, non voleva dare risposta, finché non sopraggiunse la sera. Alzò gli occhi verso il cielo: i lampi stavano abbagliando le stelle che un tempo gli avevano tenuto compagnia. Ad un tratto la pioggia gli carezzò il viso, quasi volesse dar voce a quelle lacrime che non riusciva a versare, e si sentì morire. Non sapeva cosa fare né dove andare, sentiva un peso nel petto e il respiro gli si stava facendo sempre più affannoso. Urlò. Ma urlò con una tale forza che il corpo non poté sopportare il grido dello spirito e si librò nell’aria, spinto dalle mani della disperazione. E di lui non rimase nulla, se non un tuono lacerante”.
Ed è stato allora che mi sono svegliato.
Quel fragore, però, continua a risuonare da ore in me e a farmi da monito imperante.
Ho davvero scoperto cosa accadrebbe se un dittatore modificasse tutti i racconti del mondo per plasmare le menti di ogni fanciullo? O forse ho visto la proiezione di quanto ho vissuto a causa di re Ernesto Augusto I? No. Non fraintendermi, Jacob, certamente i sogni si aprono a più interpretazioni, così come le fiabe, così come la vita. Ma la prepotenza con cui la mia sarta mi ha costretto in questa visione rivelatrice ha fatto sì che non potessi nutrire dubbi. Se mi sono sentito perso, è perché ho capito di essere io quel bambino triste, quel re senza nome. Sono io, ma è anche Wilhelm, è la domestica che incontravi ogni giorno ad Alexanderplatz o l’anziano che parlava sempre fra sé e sé all’ombra degli arbusti di Volkspark e che tutti guardavano con tenerezza. Egli è tutti noi.
È la risposta alla domanda che mi ha angustiato questa notte e che finalmente prende forma nella mia mente e su questa lettera: cosa ne sarebbe dell’uomo se si lasciasse sopraffare interamente dalle proprie tenebre?
Voglio confessarti, Jacob, che non so in quale modo lo si possa evitare. Ma se di una cosa ho certezza, è che non sia impossibile, e non è cosa da poco. Il buio non è sempre lo stesso, può avere diversi colori, da una blu malinconia ad un grigio odio; dobbiamo sceglierli con cura ed essere i migliori pittori di noi stessi. E allora mi chiedo, quando i solchi sul mio viso avranno compiuto il loro cammino, avrò imparato a dipingermi, a tenere per mano i miei demoni senza che essi mi diventino sovrani?
Con amore,
Jacob


