AMANDA GORMAN: “THE HILL WE CLIMB” E IL PROBLEMA DELL’ARTE
Alla mia breve analisi – “quidquid hoc libelli qualecumque” – fa d’uopo una premessa. Chi vuole, la salti pure a piè pari, e senza preamboli legga dal paragrafo “II”, badando che le valutazioni e i giudizi che qui scrivo non han da fare che coi rispetti estetici del componimento, e non vogliono punto riferirsi alle idee storiche politiche o filosofiche ch’essi propugnano; le quali anzi, in questo caso, ci paiono assai condivisibili. Ma poiché nomina sunt consequentia rerum, e non flatus vocis, sarebbe piuttosto iniquo non rendere giustizia a ciascuno del suo, e alla Gorman non dar credito di ciò che le è proprio: l’oratoria, non già la poesia.
I
Quando si parla di Arte, credo sia opportuno intendersi: non è bello ciò che piace: è bello ciò ch’è bello.[2]
Non c’è qui il tempo di annoiarci con arzigogoli e bizzarrie teoretiche, quantunque senza di esse non sia dato avanzar d’un passo. Giacché, per quanto lo si neghi, un sistema gnoseologico ed un’ontologia sottostanno sempre ad ogni asserzione, e discutere a bell’agio del più o del meno, come un qualunque Giusto Bottaio[3], è forse acconcio ad un café philo, non già all’hegeliano Anstrengung des Begriffes, allo sforzo del concetto[4]: la filosofia è una cosa seria. Ed in filosofia, mi pare, non si può essere che idealisti: ma poiché qui non si dà l’occasione di dimostrarlo, dovremo capovolgere il detto di Newton, e metterci l’animo in pace che “hypotheses fingimus”.
L’Arte è, nella sua essenza, intuizione, espressione, sentimento mediato. Cosa non è? Non è oratoria, propaganda, maestrina d’etica, politicante e, in genere, quanto non afferisca alla sfera dell’intuizione. Esempio di cattiva Arte ci offre “The Hill We Climb”, di Amanda Gorman.
II
Un’ottima presentazione della Gorman è stata fornita su questo giornale da Chiara Pulidori, il cui articolo vi invito a leggere a questo link:
https://www.liceoaugustoroma.it/amanda-gorman-una-poesia-per-illuminare-gli-stati-uniti/
Ma, per un’analisi estetica, non mi dilungherò sui dettagli biografici. Scriveva Perrotta: “La poesia, se nasce dalla vita, è, nella sua essenza, molto lontana dalla vita”. Difatti, ciò che importa in un poeta è la vita interiore, lo spirito che aleggia nella poesia. E lo spirito di questa poesia – si può affermare senza tema di smentita – ha pervaso e pervade non solo gli Americani, ma il mondo intero: è la speranza dopo il timore e lo sconforto, la gioia di un nuovo inizio, l’emancipazione e l’afflato della libertà. Di questi tempi, ritornano alla mente quei versi carichi d’ambascia che gli antichi rivolgevano allo Stato sotto le forme di una naviglio: “O navis, referent in mare te novi fluctus”. Pertanto, se ricostruire lo Zeitgeist di quest’epoca, in quanto vi siamo del tutto immersi, in tanto riesce superfluo, e trattandosi qui di un poeta – sia pure sedicente -, non ci attarderemo a tracciare una Kulturgeschichte, nella quale è verisimile che la Gorman vanterà un ruolo di spicco[5].
Le trama del carme è intessuta d’un filo ricchissimo di citazioni e reminescenze, da Milton alla Bibbia ai philosophes e chi più ne ha più ne metta. Ma non è nello sfoggio di erudizione che si misura l’Arte. Mi perdonerete dunque se trascorro velocemente su questi riguardi secondari, e mi getto in medias res.
Il concetto chiave che informa di sé il carme è la pace e l’unità, la concordia et similia. Il sentimento, che talora s’affaccia timido, subito è però ricacciato con prepotenza dalla retorica e dalla ridondanza. La teatralità dell’esecuzione amplifica l’effetto di commozione oratoria, e ammortisce la poesia.
Che gli Stati Uniti siano laceri al proprio interno; che vi siano perigliosi segni di guerra sociale; che sia nondimeno necessario farsi coraggio e “scalare il colle”, cioè ricomporre una nazione divisa e rallacciare i legami dell’amicizia e dell’amore, valorizzando le differenze come base costitutiva di tale unità: sta a cuore a tutti noi, che viviamo quest’epoca di travagli ed incertezza; ma che qui, artisticamente, trattata com’è con triviale retorica ed esasperata all’inverosimile, risulta scevra di liricità, di sentimento puro.
Vi hanno senza dubbio dei lacerti di poesia ed emozione, come accade ovunque; ma l’insieme è un caput mortuum.
Nello specifico, le prime parole c’introducono ad un’immagine dalla sconcertante banalità:
“When day comes we ask ourselves,
where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry,
a sea we must wade”.
Metafore perente da secoli anzi millenni di usi ed abusi, nella cui ombrosa enfasi oratoria stentiamo anche noi a veder la luce. L’emozione che dovrebbe cavarsene è la speranza d’un avvenire più lieto, eppure chi legge con occhio estetico si avvede del carattere artificioso, insincero di questa retorica: insincero ed artificioso sotto il rispetto dell’arte, ma pertanto onestissimo sotto quello politico. La musicalità zoppica tra il prosaico ed il popolaresco, le rime sempliciotte disvelano una vena bonaria e superficiale, che tenta celarsi fra i belletti e le maschere dell’oratoria, e ne prorompe tuttavia. L’ispirazione è forzata, asservita ad altri fini.
Ed ecco che quell’insoffribile cantilena da filastrocca si vuol tingere di venature filosofiche:
“And yet the dawn is ours
before we knew it
Somehow we do it
Somehow we’ve weathered[6] and witnessed
a nation that isn’t broken
but simply unfinished”.
Questo è un energico, ben scritto discorso di propaganda; certo non classica, armoniosa Arte. Ma se mala carmina currunt, badate, ché peiora parantur.
“We the successors of a country and a time
Where a skinny Black girl
descended from slaves and raised by a single mother
can dream of becoming president
only to find herself reciting for one”.
Ciò ch’emerge qui è gretto e crasso personalismo, ragionamento pseudofilosofico con movenze retoriche: completamente privo di sentimento nel suo senso più alto ed universale. Vi si trova il caso concreto della poetica della Gorman: “All art is political” [7]; e se ne palesa la sua sterilità artistica. Invero, non abbisognerebbe d’altro a licenziare questi versi, che, in quanto politici, sono propaganda più che Arte. Pure, l’estetica non deve tollerare giudizi a priori, i quali fanno sempre capo a concezioni astratte e formalistiche o – peggio – contenutistiche. E dunque stiamo alla veletta, qualora riaffiorasse un germe di poesia.
Ma la ricerca è destinata, purtroppo, al “nulla eterno”. Si tolgano ad esempio questi due versi:
“And so we lift our gazes not to what stands between us
but what stands before us”.
Questo continuo sguardo al futuro, trucchetto oratorio trito e ritrito, mi rammenta di un salatissimo brano di Achille Campanile, dal suo Manuale di Conversazione[8]. Difatti, l’accoglienza è stata entusiasta ed unanime, e bisogna concedere che la Gorman maneggia lo stilo con perizia. Sed nunc ad propositum revertamur, e finiamo di scandagliare questi versi.
Ad accoglierci ritornano ovvietà da studente elementare, con le braccia che tendono l’una e l’altra in un fraseggio infelice, alternate ad ampollose dichiarazioni d’intenti, sicché veramente ti par udire la concione d’una campagna elettorale:
“We lay down our arms
so we can reach out our arms
to one another”
[…]
“We seek harm to none and harmony for all”
Dipoi ricomincia con le quelle anafore, che, fin troppo ricorrenti in un componimento sterminato com’è questo, riescono terribilmente noiose; ed anche il concetto è sempre il medesimo, sino allo sfinimento: abbiamo sofferto, or è tempo di guarire; siamo caduti, ma adesso ci leviamo; siamo stati divisi, oggi saremo uniti.
“Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew
That even as we hurt, we hoped
That even as we tired, we tried
That we’ll forever be tied together, victorious
Not because we will never again know defeat
but because we will never again sow division”.
Quei pochi accenni di poesia che, come qui, si lasciano mirare di sfuggita, dispaiono poi in un baleno, oppressi dal perpetuo martellio di anafore paronomasie e teatrali allitterazioni:
“we will raise this wounded world into a wondrous one
We will rise from the gold-limbed hills of the west,
we will rise from the windswept northeast
where our forefathers first realized revolution
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states,
we will rise from the sunbaked south
We will rebuild, reconcile and recover”.
Viene il fiatone a leggere un testo simile, senza neppure la pietà d’una virgola.
“When day comes we step out of the shade,
aflame and unafraid
The new dawn blooms as we free it
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it
If only we’re brave enough to be it”.
Raggiunta alfine l’ultima strofe, rialziamo gli occhi allo sterminato colosso[9] che son questi versi “come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata”. Dice sempre la stessa cosa, senza neppure sforzarsi gran che di mutarne le vestigia.
Si potrebbe obiettare che la ripetitività e i temi fossero suggeriti anzi richiesti dalla cerimonia, e che un poeta laureato, cioè, mutatis mutandis, di corte, è costretto a far dell’oratoria. Ma poeta laureato fu pure Alfred Tennyson, il quale si consacrò a pieno all’Arte con l’In Memoriam e gli Idylls of the King; e, ὁδοῦ πάρεργον, la poesia greca, la siciliana e tanta parte del Rinascimento trassero i natali da artisti “cortegiani”: che non vuol punto asserire un legame fra Arte e corte, ed anzi lo nega recisamente. Difatti, o l’Arte v’è, e allora la corte – ma potrebbe ben dirsi di ogni ambiente storico – è sublimata negli accenti della poesia; oppure la corte è preponderante, e l’Arte e il sentimento, come la Giustizia e la Verecondia in Esiodo, “ἀπὸ χθονὸς εὐρυοδείης / λευκοῖσιν φάρεσσι καλυψαμένω χρόα καλὸν / ἀθανάτων μετὰ φῦλον ἴτον προλιπόντ’ ἀνθρώπους”, “[…] lungi dalla Terra dall’ampie contrade, le belle / membra celando tutte nei candidi manti, […] / fuggono, fra le tribù dei Numi, dagli uomini lungi” (traduzione del Romagnoli).
Confesso che, quando veggo ed ascolto la Gorman su quel rostro, mi sovviene ogni volta di Quinto Ortensio Ortalo e dell’oratoria asiana: i gesti vivaci e potenti, il sorriso ben saldo che “spande di parlar sì largo fiume”; e soltanto che anch’ella, parlando, si movesse pel palco quasi danzante, non avrei dubbi ad esclamare: “Ecce nova Dionysia saltatricula!”[10]. Non bastano le rime a far poesia: “Les rimeurs sont nombreux et le poète est rare”, cantava La Harpe.
Le anafore gli omoteleuti i chiasmi le sententiae universaleggianti non hanno di per sé nulla che spartire con l’Arte, ma con l’oratoria; e certo, se la Gorman stessa dichiara di sognare “of becoming president”, mi pare manifesto che la sua non sia Arte, aliena da secondi fini ed aspirazioni pratiche per definizione. Dunque: poeta, no; ma grande oratrice sì.
[1] Così intitolava un suo scritto Vittorio Imbriani, personalità assai curiosa del nostro ottocento; e così, “si parva licet componere magnis”, intitolo io il mio, benché con l’auspicio che la Gorman dia modo di ricrederci.
[2] In verità, il soggetto non è comunque rimovibile dal giudizio, ché senza del primo non può esservi il secondo. E’ una pura ingenuità, dopo l’Idealismo, parlare del bruto fatto in quanto contrapposto al giudizio, che può essere universale solo perché soggettivo. Solo l’esprit positif di un benemerito Auguste Comte può guardare, filosoficamente, al soggettivo come all’arbitrario, che invero sono gli esatti opposti.
[3] Il quale, a dir il vero, faceva forse più filosofia che non credesse in quella argutissima opera del Gelli che sono “I capricci del bottaio”.
[4] Scriveva Norberto Bobbio a proposito del giurista Ugo Grozio: “Grozio si rivela come un eclettico, e quindi non è propriamente un filosofo: la filosofia eclettica è un’antologia filosofica, una non filosofia. Una filosofia è qualcosa di impegnativo, è più che una soluzione: è una decisione personale; comporta rischio e responsabilità: è una presa di posizione di fronte ai problemi universali. Il filosofo si assume la responsabilità del proprio pensiero, l’eclettico non assume alcuna responsabilità”.
[5] La distinzione tra le due si renderà manifesta con un esempio: il Vangelo non ha valore letterario, come si ammette da tutti – sarebbe del resto alquanto frivolo cercarvi gli orpelli e le eleganze della letteratura; esso, nientemeno, è l’atto fondativo dell’Occidente cristiano, l’Iliade della cultura europea, e tiene pertanto un luogo inconcusso nella storia della cultura.
[6] Dovrete scusarmi se faccio un’eccezione a quant’ho dichiarato prima: questo verso, pel tono generale ed il preciso lemma, richiama direttamente quel “The ship has weather’d every rack” di Whitman, nella celeberrima “O Captain! My Captain!”.
[7] In un discorsetto a TED-Ed, capolavoro di moderna oratoria asiana, la Gorman affermava che “all art is political”; e continuava: “The decision to create, the artistic choice to have a voice, the choice to be heard is the most political act of all”. Ma in tal guisa si strumentalizza l’arte non meno di quanto facessero i medievali con Virgilio o la critica democratica – Rousseau, Foscolo – con Machiavelli. I poeti muoiono, e l’Arte, se non si eleva sopra i contrasti e le lotte partitiche del proprio tempo, se resta polemica e non attinge la pace della classicità, “is interred with their bones” – invertendo ciò che Antonio diceva in Shakespeare di “the evil and the good”: ché anzi la vera poesia, eternando con sé anche l’anima più nobile dei suoi poeti, “does live after them”.
[8] “ «S’accomodi» disse la domestica a Luigi Vinelli «la lezione sta per cominciare.»
Il professore era il famoso Codaro, oratore. Uno di quegli esseri privilegiati che hanno il dono di poter alzarsi in un momento qualsiasi e improvvisare un discorso in pubblico.
[…]
Ecco perché era accorso all’inserzione pubblicitaria che garantiva: tutti oratori in una sola lezione. E lui quella sera stessa doveva andare a un pranzo.
Il famoso Codaro entrò nell’aula già affollata di studenti:«L’incapacità di parlare in pubblico» disse incominciando la lezione «deriva da due ragioni: la timidezza e la mancanza di argomenti.
Oserei affermare che le due ragioni si riducono a una, in quanto anche la timidezza deriva novanta volte su cento dal non saper che cosa dire o, meglio, dal credere di non saper che cosa dire. […] Ebbene io vi darò il segreto per diventare di colpo oratori».
La scolaresca era tutta orecchi. «Non si tratta dei sassolini di Demostene» proseguì il maestro. «Immagino anzitutto che voi non siate balbuzienti; e, se anche lo foste, la padronanza dei temi e la disinvoltura con cui tratterete il vostro difetto (purché non sia molto pronunciato, ben inteso; nel qual caso occorrerebbero non meno di due lezioni) vi salveranno. Né, d’altra parte, il fatto di non essere balbuzienti vi gioverà se non avete argomenti. Anzi!
Si tratta invece d’un segreto facilissimo. Una formula… […] Questa formula si riassume in tre parole sole: parlare del futuro. […]
«Scendendo ai particolari» aggiunse «vi dirò che dovete tener sempre presente questo concetto: che di qualsiasi cosa, situazione o avvenimento, in qualsivoglia istante e in tutte le possibili circostanze, con ogni immaginabile accidente, si può, anzi si deve, proclamare, con la certezza di suscitare l’entusiasmo degli ascoltatori:
«a) che il fatto di cui parlate è tale da permettervi di considerare con giustificata fiducia l’avvenire; guai se parlerete di fiducia ingiustificata o, peggio ancora, se accennerete all’impossibilità di guardare con fiducia all’avvenire o addirittura se alluderete a giustificata sfiducia (questo è il peggio di tutti); il gelo cadrà come una pesante coltre sull’uditorio, smorzandone ogni entusiasmo; tuttavia, il concetto della fiducia nell’avvenire sempre così come da me esposto, va riservato per la chiusura;
«b) che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. «Parentesi: una sola variante può essere concessa a questa messa a punto, diciamo così, topografica: messi in non cale l’arrivo e la partenza,considerarsi “a una svolta decisiva”. Direte, per esempio: «Questo a cui siamo (o siete, o essi sono, o io sono, o egli è) giunti (o giunto) non deve essere considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.» ”
[9] Gli si potrebbe a ragione comparare la statua equestre di Germanico dipinta nella prima selva di Stazio – componimento altrettanto pedestre ed impoetico -, ove dice: “ Vix sola sufficiunt insessaque pondere toto / subter anhelat humus”, “a stento basta la terra e il suolo schiacciato di tutto il suo peso respira affannosamente”.
[10] Aulo Gellio, Noctes Atticae, I, 5, 2.

